Conosco Enrico Marchi da anni. Quando ho avuto occasione di rincontrarlo poco tempo fa, abbiamo scambiato qualche riflessione sul pensionamento. Mi ha colpito la sua determinazione a lasciare il lavoro prima dei 60 anni, cosa che ha puntualmente realizzato tre anni fa.

“Logica, pianificazione, consapevolezza e libertà vissuta responsabilmente”

Enrico ha lavorato in una delle big 4, le grandi società internazionali di contabilità e revisione. Ha una moglie fotografa, mia amica storica, due figli ventenni, una sfilza di interessi e passioni. È un nomade, abituato a cambiare ciclicamente case e posti in cui vivere. 

Pensavo che, intervistandolo, avremmo parlato esclusivamente di pianificazione finanziaria a fini previdenziali, non è stato affatto così.  Ecco la sua storia.

Ciao Enrico, ti ringrazio per portare la tua testimonianza sul mio blog. Come sai, mi piace raccontare la vita delle persone, cosa pensano e come si approcciano al pensionamento.  Questa volta è il tuo turno.  Raccontaci un po’ di te, di quando hai deciso di abbandonare la tua attività lavorativa, se lo hai fatto in modo anticipato e perché.

“Io sono strutturalmente una persona molto logica, per me la logica è tutto, sono un pianificatore. Questa caratteristica naturale mi ha agevolato nel mio lavoro, portandomi ad avere sempre una visione a 360 gradi. Quindi, anche se inserito in un contesto produttivo, molto presto ho cominciato a pensare che tutto questo sarebbe finito. Questa è una questione che ogni persona dovrebbe porsi in tempi non sospetti, perché farsi delle domande con largo anticipo ci agevola nel nostro cammino. Invece, molti sono portati a dire:

“Bah, chi se ne frega!”, oppure “Ce n’è di tempo davanti”.
Il concetto che le cose hanno una scadenza, che il tempo è limitato, così com’è limitata la vita, banalmente, il fatto di non pensare mai alla morte, vuol dire non guardare in faccia la realtà, visto che stiamo parlando di situazioni che scansionano la vita di ognuno di noi. Quindi anche quando lavoravo, ho sempre pensato che una certa fase all’interno di un’attività produttiva sarebbe finita. 

Io tendo ad anticipare le cose, pur consapevole che ognuno di noi è un giocatore, anzi un giocatore d’azzardo, visto che la vita è una scommessa continua. Il lavoro è una scommessa grossa, il matrimonio è una scommessa e via dicendo. Tutte le cose che non sono pienamente sotto il nostro controllo sono un po’ un azzardo. Ho cominciato a ragionare su questi concetti pur continuando a svolgere la mia attività. Pensando che, in un determinato momento, sarei arrivato a un punto di svolta, pronto a levare il disturbo. Non perché qualcuno te lo dice, in questo caso  sarebbe stata una sconfitta. L’ho deciso io”.

la formula del pensionamento di enrico marchi

Facciamo un passo indietro, che ruolo avevi nella tua azienda?

“Lavoravo in una delle big 4 e ho ricoperto il ruolo di partner per 20 anni nella revisione contabile, con la responsabilità di una serie di engagement più o meno importanti, a seconda del periodo storico e del settore. È come essere un piccolo imprenditore nell’ambito di una grande organizzazione, perché quando devi gestire costi e ricavi dei tuoi account, technicalities e professionalità, pur beneficiando delle risorse che una grande organizzazione ti dà, rimani sempre tu il responsabile dei risultati. Ho avuto la fortuna e l’opportunità di crescere ed evolvermi nel contesto di una società che nel tempo è cresciuta molto in termini dimensionali e di complessità organizzativa”.

Tu sei un grande pianificatore, ma la realtà in cui viviamo è molto diversa: leggevo uno studio di Insurance Europe, ad esempio, in cui si mette in evidenza che circa un 40% di intervistati in Europa non risparmia ai fini pensionistici. Una parte perché non ce la fa e un 25% perché non ci pensa. Secondo te manca un po’ di educazione finanziaria? Bisognerebbe fare di più o si tratta anche di una questione scaramantica? Quel non voler guardare in faccia ciò che capiterà in futuro? Secondo la tua esperienza, è così?

“Assolutamente sì, manca la cultura finanziaria. Non nego che qualcuno parte da posizioni più favorevoli quando, ad esempio come me, ha fatto studi di economia e sviluppa una cultura finanziaria in modo strutturato. Per contro, conosco molte persone che, pur avendo la mia stessa formazione, non hanno avviato nessun piano di protezione per “il dopo”.

Certo, c’è anche gente che morirà nel suo posto di lavoro interpretando la propria professione come una missione, soprattutto se ha posizioni outstanding. Pensiamo a un Mattarella, ad esempio. Ma nel 99% dei casi questo è impossibile perché è il sistema stesso che ti mette fuori per raggiunti limiti di età. 

Ognuno di noi, a prescindere dal proprio background, può partire da un approccio filosofico che non ha a che fare direttamente con gli aspetti tecnici della finanza e dell’economia, ma che capisce che le cose finiscono e mutano.  Il fatto di avere una sensibilità che ti porta a pensare che non sei eterno e che non puoi avere la presunzione di poter dire la tua per sempre dal punto di vista professionale, ti fa arrivare alla consapevolezza che, a un certo punto, hai bisogno di ridefinirti”.

Tu hai smesso di lavorare prima del previsto, vero? 

“Sono andato via in anticipo perché quel momento, nella mia testa, era arrivato ancora prima. Sei anni prima, per la precisione. Ho fatto i miei conti pensando alla famiglia, ai figli. Quando ho consolidato l’idea, mi ci sono voluti due anni per l’execution e ho cominciato a negoziare con la società da una posizione un po’ svantaggiosa, come puoi ben capire. Non avendo pressioni di nessun tipo per andarmene, non ero in grado di massimizzare il valore della mia uscita”.

Capisco, ma probabilmente hai avuto altri tipi di vantaggi. Pianificare in anticipo ed essere già pronto a un cambiamento così radicale agevola il passaggio da una vita lavorativa alla nuova fase. Secondo me, in Italia, non c’è la stessa preparazione che ho avuto modo di osservare in altri paesi, probabilmente anche per una componente scaramantica.

“Non è solo questo, secondo me c’è anche un aspetto che riguarda la gestione del potere aziendale anche a livelli non necessariamente apicali. Noi, in Italia, viviamo la realtà aziendale, intesa nel senso di potere verso le persone, in maniera più spinta rispetto a quello che accade all’estero. All’estero fanno prima a staccarsi dal lavoro perché la leadership è basata sulla competenza professionale, ovvero tu sei un capo perché sai. Da noi non sempre è così, tu sei il capo perché sei lì. È una mentalità che si è stratificata nel tempo e anche chi non ce l’ha, alla fine, ne viene condizionato. Entri in un’azienda e respiri quell’aria. 

Secondo me giocano due aspetti: una dose di scaramanzia e l’attaccamento alla poltrona. Lo si vede anche in politica: perché David Cameron se ne va? Perché, invece, Renzi ce lo ritroviamo ancora in politica quando aveva spergiurato di uscire se avesse perso il referendum?“.

Volevo chiederti: a questo punto, sei contento della scelta che hai fatto?

“Assolutamente sì. Anche se dopo devi disintossicarti dagli elementi abituali della tua comfort zone. Siamo animali che vivono in blocchi di comfort zone. È importante avere la consapevolezza che, ogni tanto, devi uscire dalla questa gabbia”. 

Non voglio ripercorrere cose già fatte, devo ancora fare cose, sperimentarne altre.
(Enrico Marchi)

Sono d’accordo con te, è necessario uscire dalle proprie comfort zone e affrontare i cambiamenti; tuttavia, ci sono degli aspetti positivi del tuo lavoro che forse ti mancano ancora?

“Mah, è come la casa, io sono abituato a cambiare casa. Il mio lavoro fa parte di me, sono consapevole delle cose che mi ha dato, ma non necessariamente perché me le ha date devo continuare a viverle. Io attingo a ricordi di ogni tipo della mia vita professionale, non ho rimpianti da questo punto di vista.

Non voglio ripercorrere cose già fatte, devo ancora fare cose, sperimentarne altre, e siccome il tempo è la risorsa più scarsa che ho in questo momento, spero di vivere bene questa ventina d’anni che ho davanti”.

Parliamo dell’aspetto economico/finanziario. Visto che hai una grande preparazione in questo campo, hai qualche consiglio da dare ai lettori di Happy Pensy?

“Secondo me bisogna cercare in tutti modi di avere la casa di proprietà, non dico a 40 anni, ma in seguito sì. Credo che la casa costituisca un punto fermo e una base imprescindibile, nessuno ti deve, in qualche modo, “minacciare”. Avere di mezzo l’onere di fare traslochi è molto pesante da una certa età in poi, e quindi è importante evitare di essere soggetti a sballottamenti di questo tipo.

Un secondo punto è quello di cercare di essere bilanciati nella suddivisione del proprio portafoglio investimenti. Essere capaci di rischiare a una certa età perché, quando il trend dei redditi sale, puoi permetterti di fare qualche scommessa che, però, può non andare nel verso giusto, per poi diminuire mano a mano la rischiosità dei tuoi asset. Molto dipende dalla propensione al rischio che si ha. Sono discorsi complessi perché ci sono infinite variabili da tenere in considerazione e ognuno ha la sua situazione personale. Ma c’è un filo conduttore che vale per tutti: il tema dev’essere presidiato con grande attenzione e con largo anticipo.

Porsi delle domande per fare un bilancio di previsione

In realtà, basterebbe farsi delle domande per pianificare il pensionamento:

  • Cosa voglio fare della mia vita? 
  • Quali sono i miei sogni? 
  • Che attività voglio coltivare? 
  • Voglio viaggiare?  Non voglio viaggiare? 
  • Voglio fare delle attività lucrative?
  • E se sì, fino a quando? 70 anni? Di più?
  • Quando prenderò la pensione?

Una volta identificati questi punti, emergono una serie di costi necessari per rendere fattibili quelle aspirazioni. La scansione di questi tempi e la consistenza dei costi e ricavi costituiscono un primo bilancio. A quel punto ti devi chiedere: è sostenibile o non è sostenibile, e per quanto? 

Tutto questo è importante perché, alla fine, devi far conciliare dei numeri e una buona pianificazione gioca un ruolo fondamentale per il tuo futuro.

Dovresti iniziare a pianificare non più tardi dei 50anni. Se fai queste ipotesi, sai quanto devi risparmiare e con che grado di rischio posizionare il tuo risparmio e in che cosa. 

Semplice a dirsi, molto meno a farsi. Anche perché non vuoi vederti già vecchio”.

Capisco il tuo approccio e lo condivido; tuttavia, io sono la testimonianza vivente che ci sono persone che fanno l’esatto opposto. Non ho pianificato nulla, non ho nemmeno avuto il tempo di coltivare hobby o passioni. Me le sono cercate dopo.

“Ho recuperato cose che facevo da ragazzo perché, alla fine, si torna lì; cose che ho dovuto accantonare, per poi ritrovarle.  Alcune le faccio con maggiore difficoltà, altre mi riescono meglio e poi ci può essere la piacevole scoperta di qualcosa che non hai mai fatto prima. Si tratta di avere un certo atteggiamento mentale. Chiedersi: io che persona sono? Mi piace stare da solo? Mi piace stare con gli altri? 

Personalmente mi ritengo fortunato: non soffro a stare da solo, mi piace stare con gli altri. C’è sempre qualcosa di buono in qualsiasi situazione. È fondamentale coltivare l’automotivazione che non è rivolta a una cosa specifica, è un atteggiamento di vita che serve sempre, anche sul lavoro. Un tool che usi per qualsiasi cosa tu voglia fare”.

L’importanza di prendersi cura di noi stessi 

Avresti un consiglio finale sul pensionamento da dare ai lettori di Happy Pensy?

“Bisogna essere un po’ fortunati e guardarsi dentro. Non è facile perché tutto quello che ruota attorno al lavoro, se ci pensi bene, è un riconoscimento al ruolo non alla persona. Tant’è che quando esci, i più si dimenticano di te. Il lavoro è una parte della tua vita. Ti impegna ma, nel vivere sociale, è distaccata da te perché basata sulla performance. Tu, nel lavoro, sei “performance”.

Nel momento stesso in cui ti rendi conto di questo, devi avere cura di te. Devi cercare di separare queste due dimensioni, perché solo così ti potrai concentrare su quei temi che dovrai affrontare in maniera attiva, cercando di ritagliarti del tempo per auto-motivarti sulle cose che dovrai affrontare.

Viene da dire: “Ecco adesso che ho smesso di lavorare non sono più nessuno”. Ma non eri nessuno neanche prima! Prima eri il tuo ruolo, eri la macchina, non eri tu! Tu sei tu, tu sei tante altre cose, devi cercare di affermare questa cosa verso te stesso. Se confondi queste due dimensioni, vai in confusione”. 

Definire un processo di risk management in tutte le fasi della vita

Sono completamente d’accordo con te: il lavoro di introspezione va fatto e, farsi molte domande prima, ti facilita nell’affrontare un cambiamento di vita così radicale.

 

“Sì, ma ci vuole del tempo per intraprendere questo percorso. Chi non dedica il tempo necessario, corre un rischio forte. In fondo è un processo di risk management che riguarda una parte fondamentale della vita. Alla fine, tutti noi abbiamo delle tappe obbligate: l’università, il lavoro produttivo e il dopo. Certo, qualcuno non va all’università. Ma, più o meno, questi sono i grandi cambiamenti della vita, i passaggi obbligati. È curioso come il pensionamento non venga trattato con altrettanta attenzione dedicata alle altre fasi e venga visto da molti come il momento del declino. Non è così”.

Vorrei toccare anche un altro argomento: quanto è importante l’attività fisica per te?

“Moltissimo, ho cominciato a correre e ho fatto maratone in giro per l’Europa, anche se cinque anni fa ho dovuto smettere. Peccato, era bellissimo. Potevo correre ovunque, durante i viaggi con la famiglia, a Vancouver, a Cuba. Adesso faccio ginnastica con regolarità e mi dedico allo sci alpinismo. Poi ho una grande passione, quella della moto. Ho l’esigenza di sentire l’aria in faccia, mi dà un senso di libertà e di lavorare sulla qualità del pensiero. Infatti, quando sono solo, e non sono distratto da altre cose, mi occupo della qualità del mio pensiero, che è, per me, una delle cose più importanti della vita. Mi piace la filosofia, mi perdo in questi pensieri e ragionamenti che mi danno molto e aggiungono valore”.

la formula del pensionamento di enrico marchi

Sono davvero consigli utilissimi. Non è facile avere tutto d’un tratto una libertà che non sai gestire, che non sai da che parte prendere, quindi mettere più logica e meno paura nell’affrontare un futuro sconosciuto può risultare estremamente utile.

“Guarda che la paura della libertà è consistente. Io sono estremamente convinto che le persone hanno una fottutissima paura della libertà. Meglio che l’uomo non sia libero perché se l’uomo è libero, della libertà non sa che farsene. Questo ha a che fare con il senso della vita. Le persone accampano sempre mille pretesti per non prendere decisioni:

“Eh vorrei andare in pensione ma…”, “Mi sarebbe piaciuto ma…”, e via dicendo. Queste scuse servono per metterti a posto la coscienza perché non ha mai riflettuto sul senso della vita e hai paura di una libertà che ti costringe a dover prendere decisioni responsabili”.

la formula del pensionamento di enrico marchi

Grazie Enrico, food for thought!

Chiudiamo così, con queste parole un po’ scomode ma che esprimono verità non sempre espresse. Io, dal canto mio, mi porto a casa quell’immagine di un Rebel a cavallo del suo Enduro, con l’aria sulla faccia mentre coltiva i pensieri sulla vita. E imparo qualcosa di nuovo.

Lezioni chiave :

  • Prendersi cura di sé
  • Coltivare l’automotivazione
  • Fare conoscenza con noi stessi, sdoppiando la dimensione lavorativa da quella sociale
  • Necessità di ridefinirsi
  • Essere consapevoli del ciclo della vita e trattare tutti i passaggi con la stessa attenzione
  • Pensare all’ultimo ciclo della vita in anticipo, già dai 50 anni
  • Individuare le proprie aspirazioni e calcolare i relativi costi 
  • Risparmiare ed investire coerentemente 
  • Riprendere i propri sogni nel cassetto
  • Fare nuove esperienze con mente aperta
  • Saper gestire la libertà in modo responsabile

Ora tocca a te:

 

Cosa ne pensi? C’è qualche messaggio che faresti/hai fatto tuo?

Vuoi raccontarmi la tua storia? Scrivi qui sotto oppure a michaela@happypensy.it

 

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